Skandalopetra e l’antica storia dell’apnea

E’ la Grecia, lo stesso Paese dove è iniziato il mito dell’andar per mare, che custodisce l’antica tecnica di immergersi sottacqua a grandi profondità con l’aiuto di una semplice pietra.
La più famosa si chiama skandalopetra, è generalmente in marmo o granito con un peso variabile tra gli 8 e i 15 kg con angoli smussati e forma idrodinamica.

Di questa tecnica l’impresa più celebre, o forse l’unica documentata, si deve a Haggi Statti, un pescatore di spugne di Symi, che nel 1913, il 14 luglio nello specchio d’acqua antistante l’isola di Scarpanto, Mar Egeo, recuperò l’ancora persa della “Regina Margherita”, nave della Marina Militare italiana.
L’ancora era a 83 metri, Haggi la raggiunse, dopo 21 immersioni in 4 giorni.

E’ il referto del medico di bordo, Giuseppe Musengo, a consegnare quest’impresa alla storia. Il dottor Musengo arrivò ad ipotizzare che a una data pressione la pelle potesse assorbire ossigeno. Dalla visita medica, successiva all’incredibile impresa, Haggi Statti risultò non essere un grande atleta, né tanto meno in una buona forma fisica. Aveva un enfisema polmonare, 20-22 atti respiratori, 80-90 battiti per minuto, timpani distrutti con una funzione uditiva scarsa, un’apnea a secco di 40 secondi, in acqua oscillò tra il 1.30 e i 3.30. Eppure Haggi Statti è l’uomo consacrato alla storia come il primo a raggiungere una simile incredibile profondità utilizzando come zavorra una semplice pietra, i pescatori di spugne provenienti dall’isola di Symi come Haggi la chimavano “Kampanelopetra”.

E questo è stato l’unico strumento utilizzato dai pescatori di spugne greci fin dall’epoca di Alessandro Magno. L’apneista–pescatore, nudo, veniva assicurato alla pietra tramite una sottile funicella. La stessa skandalopetra era fissata alla barca con una corda, un compagno assisteva il tuffo dalla barca, in tempi più recenti con un batiscopio, e recuperava l’apneista con la pietra salpando la fune al termine della discesa. Questo legame ha consentito ai pescatori di immergersi in sicurezza per secoli e secoli.

Negli ultimi decenni questa affascinante tecnica è stata riproposta, con successo, in qualità di disciplina sportiva dell’apnea.
A dispetto di un mercato della subacquea che investe sempre più in ricerca e nuovi materiali, nelle competizioni odierne con la skandalopetra non è consentito l’uso di muta, pinne e maschera.
Scenario unico di record, congressi e manifestazioni sono ancora oggi le isole greche Kalymnos, Simi, la stessa Scarpanto dove è possibile ancora ascoltare testimonianze dirette di anziani pescatori che descrivono questa tecnica come la più sicura in assoluto, un salto nel blu profondo che ha seminato meno vittime e paralisi dell’avvento degli autorespiratori sulle isole.

Nikolas Trikilis di Kalymnos, è un medico specializzato in Medicina Subacquea – Iperbarica in Italia, già alla fine degli anni 70 studiava e promuoveva a livello scientifico questa antica tecnica dei pescatori di spugne della sua Isola. Nikolas è un infaticabile promotore di questa disciplina, quasi una missione la sua, farla conoscere in tutto il mondo. Oggi è tra gli organizzatori di convegni e record di successo che periodicamente ospitano apneisti e appassionati di tutto il mondo sull’isola di Kalymnos.

Tuffarsi con la skandalopetra è un gesto tecnico che non prevede dispendio energetico, la performance dell’atleta è paragonabile alla discesa in assetto variabile.
Preparazione al tuffo e poi giù il più verticale possibile, con la petra ben salda fra le mani.
Raggiunta la quota massima stabilita, la petra scivola dalle mani ai piedi, l’atleta ruota su stesso ed è di nuovo in posizione verticale, ma la sua testa punta la luce di superficie. Piedi appoggiati sulla petra, mani sulla cima, adesso tocca all’assistente di superficie salpare dalla barca appoggio.

La squadra tuffatore riveste forse il compito più delicato, sentire la discesa in ogni istante “leggendo” la cima scorrere fra le mani, conoscere la profondità, la velocità di discesa, sapere quando l’atleta rallenta per compensare e infine quando raggiunge la quota massima stabilita e si posiziona in piedi sulla petra, pronto per essere salpato.

Quello che accade in questa disciplina è una sinergia intensa fra chi scende in acqua e “guida” la pietra come timone, freno e zavorra e chi resta in superficie a leggere una cima come un codice braille a cui è legata la vita del compagno.

Quello che oggi è un evento sportivo, un tempo era una necessità, il lavoro quotidiano fatto di uomini che si affidavano ad altri uomini osando sfidare le leggi non scritte e severe del Mare.