Il pellegrinaggio è uno dei gesti più antichi del genere umano, per quanto ci è dato di ripercorrere con lo sguardo la sua storia.
Sempre di nuovo l’uomo si rimette in cammino, per uscire dall’abitudine della vita quotidiana, per prendere le distanze dalle solite cose, per diventare libero.

Il Cammino di Santiago (contrazione di San Giacomo) di Compostela (da campo stellato) è il lungo percorso che i pellegrini fin dal Medioevo intraprendono, attraverso la Spagna, per giungere al santuario presso cui è la tomba di Giacomo di Zebedeo, uno dei dodici apostoli di Gesù.
Le strade francesi e spagnole che compongono l’itinerario sono state dichiarate Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Per questo motivo, da più di venti anni, il Cammino è ridiventato meta di migliaia di persone che, da ogni parte del mondo, giungono qui per vivere un’esperienza unica, non solo spirituale.

Più che un progetto o un sogno era un desiderio che inseguivo da molto tempo.
Percorrerlo nella sua interezza si era manifestato un ostacolo insormontabile: 774,4 Km suddivisi in 31 tappe con partenza da Sant Jean Pied-de-Port ed arrivo a Santiago de Compostela.
In cuor mio sentivo di dover partire e di dover intraprendere il Cammino.
Altre volte avevo provato questa sensazione di “chiamata” ed anche allora, nel rispondere, ero ritornato dalla meta (ndr. Medjugorie) spiritualmente arricchito.
La soluzione: dividerlo in due e quest’anno ho percorso il tratto che da Leòn giunge a Santiago in tredici giorni per un totale di circa 320 km.

Nel 2017 ho in programma di ultimarlo percorrendo il tratto iniziale.

Scarponcini ai piedi e zaino in spalla il 27 maggio 2016 ho iniziato il mio cammino, conclusosi il 10 giugno 2016 sulla tomba di San Giacomo. Sono partito per fede, per devozione, pronto ad affrontare i disagi che si sarebbero immancabilmente presentati (climatici, logistici, fisici).
Un piccolo “sacrificio” per ringraziare il Signore del Suo immenso amore ma soprattutto della Sua continua benevolenza.  Sin dai primi passi tantissime sono state le sensazioni provate.
Ci si rende conto che pellegrini si diventa, attraverso il cammino lungo e talvolta faticoso della vita. Un lungo cammino che non è chiaro da subito.

Profonda impressione aveva suscitato in me un passo tratto da “I Pellegrinaggi” di Henri Engelmann: “Il cammino in sé non è un fine ma un mezzo: il migliore senza dubbio e il più anticamente conosciuto per liberarci da tutti i legami che c’incatenano ai nostri comodi, alle nostre pigrizie, alle nostre abitudini, ossia in definitiva a noi stessi. Camminare è bene perchè stanca, perchè ci purifica: il sacco pesa, le scarpe o i ciottoli della strada vi ammaccano i piedi, il sole picchia con forza, la sete o la fame vi attanagliano, l’anima tenuta prigioniera del corpo troppo ben curato, a poco a poco spicca il volo”.

Ho incontrato gente di ogni nazionalità; ci si saluta con un “Olà!” ed augurandosi Buon Cammino.

Tanti europei ma anche americani, canadesi, brasiliani, australiani, coreani e persino giapponesi. Ognuno con una storia, una motivazione diversa e con i quali il percorrere insieme qualche chilometro è stato motivo di reciproco arricchimento.
Ci sono stati anche lunghi momenti fatti di silenzi e paesaggi stupendi che mi hanno spinto alla riflessione ed è allora che gli occhi si sono spalancati sull’immenso libro del creato dove ogni cosa, ogni essere vivente non è altro che una piccola, ma nel contempo, indispensabile nota di una immensa sinfonia.

Si percorrono tranquilli sentieri, strade polverose, salite interminabili e freschi boschi. Si attraversano ruscelli rinfrescanti. Si ride, si scherza. Si soffre e si stringono i denti, ma soprattutto ci si fa forza a vicenda. E’ un po’ la metafora della vita.
Ti ritrovi a tracciare un bilancio della tua di vita e lo zaino che pesantemente ti trascini, chilometro dopo chilometro, altro non è che il carico di dolori, dispiaceri ed incomprensioni che hai ricevuto ma anche dispensato e piano piano ti assale la consapevolezza che solo la riconciliazione con il Signore potrà alleggerire questo fardello.

Ci sono stati emozionanti momenti di preghiera dove in marcia percorrendo i sentieri che dai 1500 metri della Cruz de Hierro (uno dei luoghi simbolo del Cammino e dove ognuno nel passare, depositando un sasso ha recitato: Signore, possa questa pietra simbolo delle mie fatiche lungo il cammino e che lascio ai piedi della tua croce, pesare a favore dei miei buoni propositi il giorno in cui gli intenti di tutta la mia vita saranno giudicati.) conducono a Ponferrada ti ritrovi a recitare il Rosario con pellegrini fino al giorno prima sconosciuti: Franco e Paolo di Forlì, Francesco di Brescia, Salvatore di Pisticci, Simone di Alba, Daniele di Rovigo e tanti altri ancora.

Per sempre scolpiti nel mio cuore e nei miei ricordi rimarranno due dei forse più significativi momenti vissuti lungo il Cammino.
La sosta al “Manjarin” dove tra i ruderi di vecchie abitazioni abbandonate resiste ancora un “refuge” particolare gestito da uno dei personaggi più caratteristici del cammino: Tomàs Martìnez “el Hospitalero Templarios”.

Il momento di preghiera comunitaria presso l’albergue de peregrinos de La Faba.
Eravamo lì, in questa piccola chiesetta con un frate francescano che parlava solo spagnolo. Arrivavamo da ogni dove del mondo. Pregavamo ognuno nella nostra lingua ma al termine, dopo l’umile gesto che reciprocamente ci siamo scambiati con la lavanda dei piedi, nell’abbraccio di pace abbiamo tutti pianto nell’unica vera lingua universale: l’Amore.

Basterebbe veramente poco a rendere tutto più facile ed il mondo migliore…

Entusiasmo, curiosità, serenità ed euforia sono stati miei continui “compagni” di viaggio.
Ho incontrato lungo il percorso mitici personaggi che recavano sullo zaino cartelli dove primeggiava la scritta: “regalo abbracci”. Come resistere a tale invito a vivere il cammino con gioia nel mentre maturava in me la promessa di partire il prossimo anno con un mio cartello: “regalo sorrisi” perché chi sorride è padrone del mondo.

Giungere alla meta è stata un’immensa soddisfazione che si è trasformata in forte emozione quando nel accedere nell’immensa piazza antistante il Santuario i miei sguardi si sono incrociati con quelli degli altri peregrinos divenuti miei “amici” che applaudendo sono corsi ad abbracciarmi.

Non esiste un momento migliore da incorniciare. E’ stata tutta un’esperienza meravigliosa.
Un’esperienza di devozione ed incontro con Dio: si va a Santiago per pregare sulla tomba di Giacomo, primo discepolo che ha dato la vita per Gesù, e si cammina nutrendosi di Parola di Dio, dei sacramenti, della meditazione.

Esperienza di penitenza e conversione: si va a Santiago per purificarsi da quanto ci allontana dall’amicizia con Gesù, e per fortificare quanto a Lui ci avvicina.

Esperienza di preghiera di intercessione: si va a Santiago per pregare e per affidare le intenzioni di preghiera di tanti che ce le affidano e contano su di noi.

Il pellegrino ha una sua meta finale. Sempre ed in ogni caso però il suo cammino deve essere diretto ad una meta verso cui ha già lanciato il cuore, dove potrà sciogliere il suo voto raccontando al suo rientro della promessa e della speranza di raggiungerla; raccontando dei passi compiuti e delle delusioni; raccontando di una chiamata di Dio.