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Eidoméni, confine Grecia -Macedonia
è un fiume di anime quello che sta attraversando a piedi mezza Europa.

Per un chilometro la strada che porta al campo profughi di Eidomeni, ultimo paesino greco al confine nord con l’Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, è lastricata da autobus, ne contiamo almeno 70 ogni mattina, e possono diventare 200 entro sera. Arrivano tutti da Atene, parcheggiati di lato, in fila, aspettano di scaricare, uno per volta, il loro carico umano. Bisogna avanzare lentamente, spesso la gente stanca dal viaggio preferisce aspettare il proprio turno per strada. In un solo giorno nel campo profughi di Eidoméni possono arrivare 10.000 persone. Ma sarebbero oltre 4 milioni i profughi siriani che hanno abbandonato il loro Paese a causa di un conflitto che prosegue ormai senza interruzioni dai primi mesi del 2011. Questa è la più grande popolazione di rifugiati causata da un unico conflitto, un popolo in marcia senza una meta certa purché sia a nord dell’Europa distante dalla guerra, distante dall’orrore.
Arrivano nel campo esausti, famiglie intere, donne anziane, in carrozzina, stringono avvolti a se bimbi di qualche mese, molti non sono equipaggiati né per la pioggia né per il freddo, e da questa tappa in avanti dovranno fare i conti con un clima avverso, la pioggia non dà tregua, l’inverno è alle porte. Si può resistere qualche giorno senza cibo, ma poche ore al gelo della notte. Più del cibo il campo dovrà metterli in condizioni di potersi riparare dalle intemperie. Questa gente ha bisogno della solidarietà del mondo intero, non si può aspettare che striscino fino all’uscio delle nostre case per dargli una mano dobbiamo andarli a prendere e tirarli fuori dall’inferno, portarli al sicuro.