Al mercato della guerra la miseria vende e la disperazione compra così se i profughi vogliono mettersi in salvo devono comprarsi ogni km di strada e miglio di mare che li porti lontano dalle bombe.
Il passaggio via terra dalla Siria alla Turchia costa fra i 40 e 100 dollari; dalla Turchia alla Grecia, via mare, su imbarcazioni fatiscenti, può costare da 700€ fino ai 1200€; una volta sbarcati su qualche isola c’è da pagare il traghetto per raggiungere Atene o più a nord, la cittadina di Kavala; poi ancora il biglietto dell’autobus per raggiungere il campo profughi di Eidomeni, un vero e proprio imbuto. Da questo campo ora è concesso il passaggio della frontiera macedone, per la rotta balcanica, ai soli siriani, afgani e iracheni, tutti gli altri, forse in 3 mila, sono pericolosamente bloccati nel campo. Raccolgo testimonianze da un gruppo di marocchini, bloccati nel campo, di aver pagato 100€ per arrivarci in taxi da Salonicco, altri 700€ da Atene. Soldi spesi male, se non passeranno, per questo proveranno a forzare la frontiera.

Ogni spostamento, se non in treno, ha il suo tariffario pronto a cambiare in base alla disponibilità economica e provenienza geografica dei “clienti”.
Da mesi, nei paesini vicini al confine macedone spuntano cartelli scritti in lingua araba che segnalano piccoli alberghi o semplici appartamenti privati adibiti a pensione.

Per molta di questa gente, in fuga dalla guerra o dalla fame, in un viaggio che può durare mesi, capita di essere assistiti nell’arco di pochi km da due diversi campi attrezzati, come accade sulle linee di confine, magari dalla stessa organizzazione, per poi trovarsi abbandonati per giorni, settimane in balia della sorte. Così se un giorno il cibo è garantito e si è accuditi dalle tante organizzazioni in un campo, i giorni successivi bisogna essere pronti a pagare per qualsiasi esigenza e, fra le nuove, al passo con i tempi, c’è anche quella di pagare fino a 3€ per caricare la batteria del cellulare.

Come spesso accade, fra i tanti cittadini che spontaneamente portano aiuti dai paesi vicini al campo di Eidomeni, ci sono altri, in verità pochi, pronti a lucrare. Nonostante il campo offra cibo, acqua, vestiti, tende, assistenza medica è comunque concesso dalle autorità a un camioncino di vendere frutta, a un altro caffe e panini, a un altro ancora vestiti, se piove impermeabili. Neanche l’ombra di uno scontrino fiscale e dubito fortemente abbiano una qualche licenza a stare qui.
Oggi mi fermo davanti al camioncino di una coppia di anziani che vende mele, la polizia è a 30 metri, da qualche giorno sono aumentati di numero, sono almeno 4 gli autobus di poliziotti in tenuta antisommossa. Ne vedo uno arrivare dritto al camioncino della frutta, mi raccolgo nel giubbino e sono pronto a godermi la scena, quanto meno saranno intimati ad andare via.
Il poliziotto arriva. Ignora la fila. Fruga nel pick-up come uno che sa già dove mettere le mani. Trova e prende una busta. Con calma, sceglie le mele, una ad una. Ringrazia –per non aver pagato- e va via.
Deluso, resto stretto tra le spalle a cercare, fra i tanti spettatori, una reazione migliore della mia. Scruto ancora un po’ di facce e trovo quella amica di Philip, nigeriano e collega-volontario, gli sguardi si incontrano sgrana gli occhi e sobbalza, apre la bocca, senza voce, con un braccio teso e il palmo della mano aperto come a chiedermi se ho visto anche io la scena, annuisco con una mezza smorfia per poi lasciarmi andare in un sorriso, Philip con la sua meraviglia sembra il “moro” saltato fuori da un presepe di San Gregorio Armeno, sarà che fra un po’ è Natale e credo che qui forse lo sarà più che altrove…