Uno screenshot che racconta solo parte delle ore di una lunga notte di arrivi sull’isola di Chios. Ogni puntino è uno sbarco, ogni sbarco in media 50-60 persone su gommoni senza chiglia, con 30hp per attraversare 4.5 miglia nautiche. Spesso il timone è affidato, quasi a sorte, ad uno dei profughi senza nessuna cognizione nautica, nel buio della notte gli si indica la direzione e a lui si affidano più di 50 anime. Può impiegare anche 3 ore per arrivare a terra. Ribaltarsi con questi “canotti” stracarichi è un attimo, basta un urlo per piombare nel terrore. Donne, uomini, bambini, neonati, anziani ammassati gli uni agli altri, l’ultimo dei 2 bimbi deceduti, nella seconda decade di febbraio, è morto per asfissia. Arrivano nei punti più disparati della linea di costa, spesso puntano da mare le luci dei lampioni trovandosi su costoni di roccia impraticabili. Bisogna essere pronti a buttarsi in acqua e recuperarli uno ad uno dando priorità a donne e bambini. Una volta sbarcati indicare il percorso meno insidioso per guadagnare un angolo di terra per poter portare i primi soccorsi prima di indirizzarli al campo di accoglienza. Tutto questo avviene grazie al lavoro volontario e gratuito di uomini e donne locali e moltissimi stranieri, quasi tutti europei. Così mentre i governi inciuciano piani e strategie, gli uomini cittadini d’Europa, si ritrovano a lavorare insieme sulle isole per salvare, accoglierne altri… chissà se chiamarli “futuri europei”.